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“Ai connazionali nel mondo va il mio saluto affettuoso”, ha detto il Presidente Mattarella

++ Mattarella,bisogna riavvicinare italiani a istituzioni ++Nel suo discorso davanti al Parlamento, il primo siciliano ad insediarsi al Quirinale, ha rivolto un saluto agli italiani nel mondo.

“Parlare di unità nazionale significa, allora, ridare al Paese un orizzonte di speranza.

“Perché questa speranza non rimanga un’evocazione astratta, occorre ricostruire quei legami che tengono insieme la società.

“A questa azione sono chiamate tutte le forze vive delle nostre comunità in Patria come all’estero.

“Ai connazionali nel mondo va il mio saluto affettuoso”.

Sono parole del discorso che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha letto ieri davanti al Parlamento, dopo il giuramento di rito.

La dichiarazione è stata molto apprezzata dai parlamentari eletti all’estero.

Sergio Matarella è stato eletto Presidente della Repubblica sabato scorso, nella quarta votazione dell’assemblea elettorale costituita da deputati, senatori e rappresentanti regionali. Ha ottenuto 665 voti su 1009.

Sergio Mattarella, giurista, 74 anni e una ricca esperienza anche come uomo di governo (è stato ministro nei governi De Mita, D’Alema, Amato e Prodi) e parlamentare (lo è stato tra ilm 1989 e il 2008), è il primo siciliano ad occupare il Palazzo del Quirinale, sede del Capo dello Stato, nei 69 anni di storia dell’Italia repubblicana.

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Politica e terrorismo

di GIOVANNI JANNUZZIamb Jannuzzi

Il primo mese del 2015 é stato purtroppo caratterizzato nel mondo dalla ripresa di atti terroristici di estrema gravitá. Gli attentati di Parigi, la barbara esecuzione di altri ostaggi da parte dello Stato Islamico, l’uccisione di cristiani e il rapimento di bambine e bambini da convertire all’Islam da parte del movimento chiamato Bobo Hakram in Nigeria (dall’inizio della sua attivitá, questo movimento ha giá fatto oltre diecimila vittime), l’assalto a un albergo in piena capitale libica, Tripoli. I fatti di Parigi sono quelli che piú hanno fatto rumore perché hanno colpito al cuore un Paese laico, libero e accogliente come la Francia, patria del pensiero illuminato e della tolleranza laica. Lo sdegno in Europa e in altre parti dell’Occidente é stato unanime, come ha dimostrato la straordinaria manifestazione parigina a cui sono intervenute milioni di persone e diecine di Capi di Stato o di Governo. Mi ha stupito e dispiaciuto la freddezza delle reazioni in alcuni Paesi d’America Latina, tra cui l’Argentina. Escludo che derivi da comprensione del terrorismo, Forse deriva dal senso di lontananza geografica e da un certo risentimento verso il mondo occidentale, ma é comunque un errore. Il terrorismo islamico non si rivolge verso alcuni Paesi, e neppure verso la religione cattolica in quanto tale, ma contro valori che sono comuni a tutti i Paesi liberi e laici, in Europa come nelle America, in Australia come in Giappone e persino in Russia: la libertá di opinione e di espressione, la libertá di stampa, l’accettazione delle diversitá, il rispetto delle opinioni e dei costumi altrui. Su questi valori si fonda la convivenza democratica, con essi si caratterizza una civiltá occidentale che all’umanitá ha dato infiniti tesori di bellezza, pensiero, cultura. Una minoranza non indifferente di islamici estremisti si propone apertamente di distruggerli e di imporci la sua legge. Basta sfogliare i giornali o guardare le TV in Occidente per rendersi conto che questa minaccia é aperta, sfrontata, ma non campata in aria. Si sostiene sulla ricchezza e la capacitá organizzativa di entitá come Al-Qaeda, sulla forza anche militare del Califfato islamico, ma anche sulla presenza in seno alle societá libere di milioni di islamici, in grandissima parte gente pacifica, che ripudia il terrorismo, ma che spesso omette di isolarlo e denunciarlo come dovrebbe perché, se non ne condivide i metodi, in fondo condivide l’ostilitá verso il nostro modo di vivere (e i suoi indubitati eccessi). Siamo in una guerra, non voluta e non dichiarata da noi. Ripeto, non guerra di religioni ma tra intolleranza e laicismo, tra civiltá e barbarie, tra sicurezza pacifica e rischio di morte.. Non ci si illuda che la minaccia riguardi solo Europa e Stati Uniti: riguarda tutti quelli che vogliono vivere in libertá di religione e opinione, alieni al fanatismo di qualsiasi tinta. Vent’anni fa, l’Argentina é stata insanguinata dall’attentato all’AMIA, un tragico evento che fino ad oggi non é stato punito ma di cui non é difficile individuare la matrice, certamente terroristica. Oggi, a questo evento si é aggiunta la tragica morte di un magistrato come Alberto Nisman, che aveva dedicato la sua vita scoprire gli autori del crimine ed era arrivato, a torto o a ragione, a determinate conclusioni. La causa che gli ha impedito di andare oltrre é certamente terrorista.
Quello che si ha il diritto di chiedere alla classe politica, governo e opposizione, e soprattutto ai candidati alla Presidenza, é che dicano chiaramente da che parte stanno. Nessun relativismo, nessuna compiacenza, nessun tentativo di giustificazione, possono essere consentiti. Non c’é calcolo politico piú o meno miope che giustifichi un atteggiamento freddo, o una comoda presa di distanze. Dobbiamo essere certi che chi governa oggi e chi governerá in futuro sia cosciente della minaccia e deciso a reagirvi in modo ingtransigente, con tutta le risorse e la forza della legge. Ogni altro atteggiamente sarebbe colpevole perché toglierebbe alla cittadinanza il diritto di vivere e di sentirsi in sicurezza. E sarebbe alla lunga suicida.

Sarebbe stato bello un gesto di buona volontà

di MARCO BASTI

 

Sarebbe stato bello un gesto
di buona volontà
La notizia della firma di un accordo tra l’Argentina e l’Italia, nel quadro dei negoziati per la normalizzazione dei rapporti di questo paese con il Club di Parigi, del quale l’Italia è paese membro, per il pagamento del debito argentino con l’Italia per circa 450 milioni di euro, è un altro tassello nei complessi negoziati argentini per ritornare ai mercati internazionali di credito e un altro gradino nella scala verso rapporti migliori tra i due paesi, più in linea con quelle che sono state tradizionalmente le relazioni bilaterali.
Non sappiamo come si sono svolti i negoziati per arrivare a questo risultato, certamente importante per l’Argentina e non siamo esperti per saperlo.
Ma sarebbe stato bello se, come risultato dei negoziati per sbloccare la situazione dell’Argentina con il Club di Parigi, per la parte che riguarda l’Italia, fosse stato chiesto al governo di Cristina Kirchner un gesto amichevole verso la nostra comunità.
Il gesto poteva essere chiedere alla presidente Cristina Kirchner di ritornare sui suoi passi nella vicenda del monumento a Cristoforo Colombo, donato dalla comunità italiana un secolo fa e che, a causa di una decisione personale del Capo dello Stato dell’Argentina, è stato rimosso dalla piazza in cui si trovava (in realtà i vari pezzi sono ancora sparsi sul posto in attesa di essere portati alla nuova destinazione), per far posto ad un altro monumento, donato dal governo boliviano.
Sarebbe stata una bella richiesta che se accettata, sarebbe stato un bel gesto della Presidente. Ma forse oggi sarebbe complicato ottenere l’approvazione di tutta una serie di nuove norme in senso contrario a quelle votate per consentire lo spostamento dell’opera, sia da parte del Parlamento nazionale, sia da parte della Legislatura della Città di Buenos Aires.
Inoltre, forse, si sarebbe resa necessaria una consultazione tra la Presidente e il Capo del Governo della Città Mauricio Macri, il quale, rinunciando a fare una battaglia per sostenere il monumento nel suo luogo originale, decise di assecondare il capriccio presidenziale in cambio di una serie di accordi su molti aspetti che hanno a che fare con i rapporti tra la Nazione e la Città, a partire dall’approvazione nei rispettivi parlamenti dei rispettivi bilanci.
E inoltre, da quel che sappiamo, c’è un bel progetto allo studio, per realizzare una piazza e un posto degno del monumento e di quanto esso significa, dove sarà collocata la grande opera in marmo di Carrara dedicata al Grande navigatore genovese, di fronte all’aeroporto Jorge Newbery e guardando al fiume de la Plata. Pur se sarà difficile dimenticare l’offesa arrecata alla nostra collettività.
Ma c’era un altro gesto che si poteva chiedere al governo argentino, alla Presidenta o al suo ministro dell’Economia, molto più semplice, molto meno imbarazzante e farriginoso. Un gesto che avrebbe richiesto poco più di una telefonata della Presidenta o di un suo collaboratore, per dare l’ordine alla Banca Centrale di tornare a pagare in euro le pensioni dei poco più di trentamila beneficiari INPS. Con gli stessi euro che ogni mese arrivano dall’Italia e che la Banca Centrale acquista ad un valore ritenuto esiguo e arbitrario dai pensionati, pagando in pesos benefici previdenziali maturati in Italia che, nella stragrande maggioranza dei casi, non superano i 200 euro.
Peccato che il gesto non ci sia stato. Forse sarà stato richiesto e non è stato accettato. Può darsi che nessuno si sia accorto che c’era la possibilità, almeno di tentarci.
O forse probabilmente a Roma non erano a conoscenza del problema degli oltre trentamila anziani beneficiari dell’INPS. Che peccato.
Sembrava una buona occasione per chiedere un gesto molto semplice, che avrebbe reso meno dura la vita di trentamila anziani italiani. Comunque gioiamo per il passo avanti nei rapporti bilaterali.

MARCO BASTI
[email protected]i1035 FW1.1

La svolta

di Dante Ruscica2mattarella

Dal 1948 in qua – nelle sue dodici versioni – l’elezione del Presidente della Repubblica ha sempre assunto importanza e significato di speciale rilievo. Come dev’essere.
Il Capo dello Stato, infatti, così come voluto dalla Costituente derivata dal Referendum del 1946, rappresenta l’unità nazionale, ha un ruolo di arbitro super parte, presiede apicali consessi della struttura giuridica dello Stato e appare come emblema e guida suprema della Nazione anche sotto il profilo morale e spirituale, oltre che per quanto concerne l’immagine internazionale del Paese.
Quindi, grande rilievo e grande interesse pienamente giustificati sempre, come avvenuto adesso con la scelta della figura esemplare di Sergio Mattarella.
Tuttavia, parrebbe di poter dire che poche volte, forse, la scelta del Presidente della Repubblica ha assunto il significato d’una vera e propria svolta nel divenire – non solo politico – del nostro Paese.
Ció per tantissime ragioni.
La prima riguarda proprio la personalità davvero autorevole e straordinaria che è stata scelta, largamente illustrata in questi giorni con corale soddisfazione di tutti gli italiani – vicini o lontani – da qualunque angolo del mondo abbiano seguito l’evento.
Il nuovo Presidente, infatti, risveglia l’immagine migliore della politica, purtroppo tanto sopita negli ultimi tempi.
A cominciare dal suo cognome, (il padre più volte ministro, il fratello eroe democratico della legalità), egli ricorda l’epoca d’oro della ricostruzione italiana del dopoguerra che segnó una fortunata stagione in cui, tra animosi contrasti e severi sacrifici, la società italiana seppe scrivere una pagina straordinaria di solidarietà nazionale e di invidiatissima operosità, riportando agli onori della ribalta internazionale quell’Italia uscita così duramente provata dalla seconda guerra mondiale e dall’esperienza fascista.
Si aggiunga il periodo d’impegno politico personale – dopo l’atroce episodio dell’assassinio del fratello nella natia Sicilia – sul piano regionale e su quello nazionale, caratterizzato dall’impegno serio e costante per contrastare la criminalità organizzata e mantenere alti i valori da cui la Repubblica Italiana ha tratto origine.
Ma c’è poi il contesto generale del Paese a giustificare pienamente come una vera svolta l’arrivo di un Presidente con questo profilo di alta cultura giuridica, serietà, moderazione, pacatezza e sperimentata sensibilità politica.
Inoltre – a ben guardare e al di là di marginali mugugni – crediamo di non forzare granchè la realtà affermando che Sergio Mattarella è stato eletto in clima di innegabile unità nazionale. Non c’è chi non veda, infatti, nelle circostanze attuali del nostro Paese, la necessità di un moderatore dall’altissimo profilo sia sul piano politico che su quello spirituale: tale da poter convocare la classe politica e l’intera società nazionale a un impegno che bisogna avere il coraggio di chiamare patriottico.
E proprio rispetto a queste urgenze, tutto quanto si sa del nuovo Presidente lascia seriamente sperare che siamo finalmente alla volta buona: ora che – grazie anche all’appassionata e risoluta azione d’un imparabile e giovane capo del governo – si dice che finalmente una “lucecita” si profili in fondo al cupo tunnel di una troppo lunga e disarmante stagione di crisi.
Una svolta tale, quindi, che – lo auspichiamo vivamente – possa consentire presto al presidente Mattarella di venire al Plata per una visita alla comunità degli italiani qui residenti, come Gronchi, Saragat, Pertini, Scalfaro e Ciampi…

Regionali, il voto di domenica rafforza il Governo Renzi

Con questo articolo sul voto di domenica scorsa inizia la collaborazione dell’amb. Giovanni Jannuzzi con TRIBUNA ITALIANA. Già ambasciatore d’Italia in Argentina tra il 1998 e il 2001, alla conclusione della sua prestigiosa carriera diplomatica durante la quale ha ricoperto numerosi importanti incarichi, tra i quali Capo della Rappresentanza permanente d’Italia presso la N.A.T.O. in Bruxelles, due volte Direttore Generale degli Affari Economici del MAE, Capo Delegazione presso il Segretariato della Cooperazione Politica Europea, in Bruxelles. Capo di Gabinetto del Ministro degli Esteri, Ministro Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’O.N.U., in New York., ecc. Jannuzi si è stabilito in Argentina. Esperto di politica internazionale, apprezzato autore di romanzi storici, di saggi e di libri di poesia, l’amb. Jannuzzi è abituale collaboratore di varie testate cartacee e telematiche italiane. Quindi gli siamo particolarmente grati per la disponibilità a collaborare con TRIBUNA ITALIANA.amb Jannuzzi

Regionali, il voto di domenica rafforza il Governo Renzi.
Di GIOVANNI JANNUZZI

Ho accettato con piacere il cortese invito di Marco Basti a collaborare con Tribuna Italiana, un periodico che rende un gran servizio alla comunitá italo-argentina. Io vivo stabilmente qui dal 2002 e di questa comunitá mi sento parte a titolo completo. Saró perció lieto di condividere coi lettori idee e riflessioni dettate dall’attualitá in Italia, in Europa, nel mondo e nelle relazioni italo-argentine, partendo da una constatazione: guardare al fondo delle cose e capire quello che é stabile e importante, separandolo dall’effimero e dall’appariscente, non é sempre facile ma é, io penso, necessario. E non sempre la grande stampa risponde a quest’esigenza.
Partirei oggi dalla situazione politica in Italia dopo le elezioni regionali di domenica 23 novembre. Come tutti sappiamo, dallo scorso aprile é alla guida del Paese un governo diretto dal Segretario del Partito Democratico (di centro-sinistra), Matteo Renzi , il quale aveva vinto in dicembre le elezioni primarie. I democratici hanno la maggioranza alla Camera, ma non al Senato: da qui la necessitá di un’alleanza coi transfughi del centro-destra di Berlusconi. Si é trattato all’origine di un’ operazione di pura aritmetica parlamentare, senza base popolare, legittima peró in una Repubblica parlamentare, com’é quella italiana. Poi elezioni europee del maggio scorso, dando al PD una maggioranza superioreal 40%, erano venute a dare una base di legittimitá a Renzi. Ora questa legittimitá é stata rafforzata dalle regionali. In ambedue le regioni in cui si votava, il Partito Democratico ha vinto di larga misura, con un distacco di venti punti in Emilia-Romagna (dove ha avuto il 49%) e di piú di trenta in Calabria (dove é giunto al 61%). Si puó obiettare che questo successo é offuscato dalla bassa affluenza alle urne (il 40%). Essa in effetti suscita preoccupazione per la vitalitá a medio e lungo termine delle nostre istituzioni democratiche, ma riguarda tutti i partiti e non solo il PD, il quale – dal 23 novembre – governa in gran parte delle Regioni italiane (per intenderci, le Regioni equivalgono alla Province argentine). Per contrasto, il partito di Berlusconi é uscito dovunque perdente ed é ora in piena crisi interna, il Movimento contestatario di Beppe Grillo é apparso in calo dappertutto, e solo la Lega Nord (federalista) ha aumentato i suoi voti in Emilia-Romagna, portandoli via a Berlusconi. Insomma, non appare da alcun lato una maggioranza capace di prendere il posto dell’attuale. É dunque ragionevole pensare che il Governo Renzi sia uscito piú stabile.
Tale stabilitá é importante perché Renzi si trova ad affrontare una serie di emergenze: una riforma istituzionale ed elettorale che garantisca stabilitá all’esecutivo in futuro; una riforma giudiziaria che, preservando l’assoluta indipendenza della Magistratura (requisito indispensabile di ogni vera democrazia) renda la Giustizia piú rapida ed efficace; la ripresa economica (che si annuncia sia pur timidamente per il 2015); una riforma fiscale; una riforma della Legge sul lavoro che serva a espandere l’occupazione, senza smantellare le protezioni di cui godono i lavoratori in Italia (é questo il punto attualmente contenzioso tra Governo e sindacati e una fronda di sinistra interna al PD). Senza parlare delle sfide poste alla sicurezza dell’Italia dal terrorismo islamista in Medio Oriente e nel Mediterraneo. Per questo il Governo si é dato come orizzonte il termine normale della Legislatura, nella primavera del 2018. Che riesca a realizzare i suoi programmi é nell’interesse di tutti, al di lá delle pur legittime divisioni di parte. Ma in politica nulla é mai scontato!

Dal Cepa Argentina campagna di sensibilizzazione dei cittadini contro i tagli di fondi ai patronati

“Se venisse confermata questa decurtazione i patronati, che difendono e promuovono i diritti previdenziali e socio-assistenziali, non potrebbero più garantire i servizi finora offerti”. L’appoggio di FEDIBA

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Per iniziativa del Cepa – Argentina (Acli- Inas- Inca- Ital Uil), si é svolto a Buenos Aires un incontro con la comunità italiana e rappresentanti della stampa volto ad informare sulle misure economiche previste nel Disegno di Legge di Stabilitá del 2015, tendenti a ridurre il fondo di finanziamento dei Patronati.

All’iniziativa, a cui hanno partecipato molti cittadini rende noto il comunicato del Cepa – Argentina – hanno aderito rappresentanti degli Organismi dei diritti umani in Argentina, e dell’Associazione di famigliari di cittadini italiani scomparsi durante l’ultima dittatura militare, la Sigra. Angela (Lita) Boitano, e Julio Morresi. I rappresentanti di detti organismi, hanno dato il loro sostegno e testimonianza di quanto importanti sono stati e sono i Patronati per l’azione di concreta solidarietà, supporto e di difesa dei diritti umani fondamentali delle persone.

Durante l’incontro, prosegue la nota congiunta , è stata ribadita la critica al Disegno di legge di stabilità per il 2015 che riducendo pesantemente le risorse che finanziano l’attività dei patronati, mette a rischio la loro operatività, soprattutto in Paesi come l’Argentina dove i patronati concorrono in misura rilevante ad integrare l’attività degli enti previdenziali , assistenziali, alla rete consolare ed a migliorare qualitativamente i servizi alle persone.

“Se venissero confermati, i tagli alle risorse dei Patronati, – puntualizza la nota – costituirebbero un attacco diretto contro i cittadini in quanto questi istituti, che difendono e promuovono i diritti previdenziali e socio-assistenziali, non potrebbero più garantire i servizi finora offerti.. Tutti loro si troveranno a pagare per un servizio oggi gratuito, con il rischio di dover rinunciare alle tutele previdenziali e assistenziali a cui hanno diritto. L’uguaglianza di accesso ai diritti sarebbe nella pratica cancellata”.Nel corso dell’incontro è stato inoltre ribadito come questa misura non produrrà né l’effetto di semplificazione né quello di sburocratizzazione annunciato dal Governo, e nemmeno un miglioramento della qualità del sistema previdenziale per i cittadini che, anzi,vedranno significativamente ridotti, sia sul piano quantitativo, che qualitativo i livelli di servizio oggi complessivamente erogati.

Per il Cepa Argentina questa presa di posizione del Governo, oltre a costituire una mancanza di considerazione verso i cittadini italiani residenti all’estero, mette poi a repentaglio il futuro occupazionale di quasi 10.000 lavoratori e lavoratrici in una fase di recessione economica e di disagio sociale che negli ultimi 5 anni ha visto raddoppiare nel nostro Paese la disoccupazione. “I Patronati del Cepa, – spiega infine il comunicato – intendono avviare su tutto il territorio Argentino una campagna di sensibilizzazione dei cittadini, attivando iniziative per chiedere al Governo e al Parlamento di cancellare queste inique misure previste nella legge di stabilità per il 2015”.

Durante la riunione i responsabili delle strutture in Argentina Micaela Bracco dell’Inas, Maria Rosa Arona dell’Inca, Maira Gayoso Coscia dell’Acli e Andrea Garnero dell’Ital, hanno sottolineato l’importanza dei patronaticome ponte tra lo stato italiano e i lavoratori italiani all’estero. Inoltre hanno chiesto che vengaattuata la legge che consente ai patronati di collaborare con le sedi consolari. Quindi hano invitato tutti i connazionali ad aderire alla campagna, firmando nelle varie sedi oppure informandosi al sito www.tituteliamo.it

L’appoggio di FEDIBA

In un comunicato FEDIBA ha manifestato la sua solidarietà ai Patronati. FEDIBA, Federazione delle Associazioni Italiane della Circoscrizione consolare di Buenos Aires, facendosi eco degli oltre 130 sodalizi federati, respinge gli annunciati tagli ai fondi destinati ai Patronati italiani, che mettono a rischio la continuità dell’importante servizio che essi prestano anche alle comunità italiane all’estero, è scritto nel comunicato.

Un servizio che è apprezzato dalle nostre comunità e la cui rilevanza e utilità è cresciuta man mano che i successivi governi italiani hanno continuamente ridotto i fondi destinati all’assistenza e ai servizi consolari.

FEDIBA è consapevole della necessità che tutti i settori contribuiscano col loro sforzo al necessario riordinamento dell’economia italiana, agli effetti di favorirne la ripresa e l’anelato rilancio, ma non può essere che i sacrifici cadano sempre sui più deboli, o su coloro che abitano più lontano o, come in questo caso, in modo selvaggio su enti che si occupano della loro tutela.

Quindi rinnova la sua richiesta perché siano rivisti i tagli annunciati, sperando che siano accolte le voci in tal senso che si alzano anche tra gli italiani all’estero.

La Camera di Commercio Italiana in Argentina festeggia i suoi 130 anni

Sarà giovedì 27 el Plaza Hotel. Un evento che si ricollega alle celebrazioni dei grandi anniversari dei 50 e dei 100 anni, ai quali presero parte le più alte cariche dell’Argentina.
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Grande festa per l’imprenditoria italiana e di origine italiana in Argentina. La Camera di Commercio Italiana nella Repubblica Argentina, celebrerà il suo 130º anniversario. Sarà giovedì prossimo, 27 novembre, con una cena presso il Plaza Hotel di Buenos Aires.

La Camera di Commercio Italiana nella Repubblica Argentina, fu fondata nel 1884, svolgendo da allora una attiva ed efficace attività di promozione e di sviluppo dei rapporti socio-economici e imprenditoriali tra l’Italia e l’Argentina.

Una storia di 130 intrecciata a quella delle vicende sociali, economiche e politiche dell’Argentina e, infatti, nei suoi archivi, possono ritrovare testimonianze di momenti importanti della storia del Paese.

Nel 1884, anno in cui fu fondata la Camera di Commercio Italiana nella Repubblica Argentina, l’Argentina aveva 3 milioni di abitanti e Buenos Aires ne contava 400mila. Quell’anno le cifre globali del commercio con l’estero, raggiungevano i 162 milioni di pesos di allora e l’Italia occupava l’ottavo posto tra i paesi fornitori e il settimo come destinazione dell’export argentino. Nel 1963, l’Italia diventò il primo mercato per l’export argentino e il secondo nella classifica dell’import di Buenos Aires.

Le celebrazioni dei grandi anniversari della Camera di Commercio Italiana nella Repubblica Argentina hanno avuto sempre una grande risonanza e sono state accompagnare dalle più alte cariche del paese. Così, alla cena di celebrazione del 50º anniversario, partecipavano, tra gli altri, il ministro degli Esteri e premio Nobel della Pace Carlos Saavedra Lamas e cinquanta anni più tardi, per il centenario della Camera, il Presidente della Repubblica Argentina Raúl Ricardo Alfonsin.

Anche quest’anno sarà una grande celebrazione e all’evento sono stati invitati tutti i soci del Sodalizio, i rappresentanti delle Istituzioni italiane in Argentina e locali, e i quelli della “italian business community”.

Una celebrazione all’insegna dell’Italia e le sue bontà il cui menù è a carico dei chef italiani: Donato De Santis, Leonardo Fumarola e Roberto Ottini.

L’iniziativa è sponsorizzata, tra gli altri, da: Pirelli, Catena, Ferrero, Campari, Lavazza, Branca, Emirates, Techint, Divella, Piaggio, Pilotes Trevi, Camozzi, Mazars Urien y Asoc, Est. Lisdero, Est. Santillan.

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La cultura che verrà. “Storie, viaggi, scoperte, imprese”

Riflessioni a margine dell’avvio dell’Anno dell’Italia in America Latina e agli “Stati generali della Lingua italiana”. I libri italiani che non si trovano e biblioteche private che rischiano di perdersi. Di RENATA A. BRUSCHI

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Quali sono le opportunità che si aprono nel 2015 sul piano della cultura per gli italiani all’estero? Quali sviluppi seguiranno ad alcune iniziative inedite che si sono tenute in questo caldo autunno italiano? Nel corso degli Stati generali della lingua italiana, a Firenze, e durante la presentazione del programma ‘Anno dell’Italia in America Latina’, lunedì 10 novembre a Roma, in tanti hanno rivolto la loro attenzione al variegato mondo dell’italianità all’estero. Visto come opportunità per rafforzare legami mirando a ricadute commerciali e un po’ meno con lo spirito di indagare un fenomeno socioculturale.

Sono due iniziative di diversa portata, eppure si ispirano a principi molto simili e offrono anche qualche elemento di novità nel panorama dei rapporti tra Italia e Argentina. Nei giorni 20 e 21 ottobre a Firenze si sono riuniti esponenti di Istituzioni, intellettuali ed esperti, imprenditori di enti pubblici e privati. La principale valenza dell’iniziativa risiede nella sua intenzione di porsi quale luogo destinato all’ascolto. In concomitanza con le celebrazioni organizzate in molte città estere per la XIV settimana della lingua italiana nel mondo, diverse personalità della cultura e della politica italiana hanno discusso e deliberato in merito alle politiche a sostegno dell’italiano, nella consapevolezza che l’attuale contesto culturale si trova in rapida evoluzione e obbliga a ripensare le politiche di promozione linguistica.

A novembre, invece, nel corso della conferenza stampa in Farnesina, il sottosegretario Mario Giro ha lanciato un ambizioso programma sotto il lemma “Storie, viaggi, scoperte, imprese”. Sono quattro termini che sembrano equivalere ai punti cardinali di una presunta bussola in mano degli italiani che vorranno approfittare delle opportunità che qui si dispiegano. Come interpretare queste indicazioni. Le letture possibili sono varie.

Storie: il termine starà forse a indicare la pluralità dei vissuti e dei percorsi che hanno compiuto le collettività all’estero?

Viaggi: sono quelli di sola andata? Di andata e ritorno? Di evasione o di studio? Di svago o di lavoro?

Scoperte: intese come avvicinamento reale a questo molteplice universo latinoamericano che già parte mutilo, visto che esclude – forse meglio sarebbe tacere – la componente latina degli USA?

Imprese: termine non a caso posto per ultimo, in modo da restare impresso nella memoria. Trasformare in ricchezza tangibile il valore intangibile dell’italianità, per dare un’opportunità a chiunque sappia valorizzare il patrimonio culturale italiano di cui si è appropriato nel suo percorso di studi, di vita.

Considerata da questo estremo lembo dell’America, l’iniziativa, di cui poche notizie concrete sono trapelate sino ad oggi, sembrerebbe offrire dei risvolti interessanti e innovativi. A patto di entrare in sinergia con i referenti sparsi nei vari angoli di questo enorme subcontinente, in armonia con una delle conclusioni a cui sono giunti gli esperti degli Stati Generali. Il documento è disponibile sulla pagina del MAE http://www.esteri.it/MAE/approfondimenti/2014/20141023_Conclusioni_SG_Finale.pdf

Se si legge con attenzione l’ultimo punto relativo alle persone da coinvolgere, vengono citati gli “italofoni famosi” con il proposito di coinvolgerli in iniziative linguistiche in qualità di testimoni locali.

In questo prossimo anno italiano nell’America Latina il rischio di cortocircuito resta alto: basta girare per le librerie di Buenos Aires e sentire il parere di librai. Mancano gli autori che i lettori argentini chiedono, mentre arrivano in ritardo i titoli invenduti nelle librerie spagnole. Urge una revisione delle politiche editoriali, eppure tale ambito è prerogativa di alcune poche aziende transnazionali che oggi sono ancor meno sensibili a discorsi elaborati nei palazzi del potere.

Non stupisce infatti che lo sforzo di diffusione compiuto in occasione, ad esempio, della Fiera del Libro di Buenos Aires talvolta resti velleitario, dal momento che nelle librerie non sono disponibili i titoli promossi. E sia altrettanto inspiegabile il motivo per cui i circa settanta mila studenti di italiano, iscritti in un corso organizzato in Argentina, debbano poi restare a bocca asciutta senza poter fruire di letture in lingua originale.

D’altro canto, mentre vecchi problemi irrisolti continuano a generare occasioni perse, inizia a profilarsi con forza una nuova questione: la tutela del patrimonio archivistico relativo ad un momento di splendore della cultura italiana in Argentina. Per ragioni cronologiche, da pochi anni è diventato urgente trovare una soluzione al destino di archivi personali ma rilevanti per chi studia l’italianistica in Argentina. Alcune biblioteche di intellettuali che esercitarono un ruolo di primo piano nella mediazione culturale tra i due paesi negli anni del secondo dopoguerra oggi sono diventate un problema per gli eredi che non hanno più le possibilità di curare tale ricchezza libraia. Con il rischio che i fondi vengano smembrati, in alcuni casi anche emigrino verso atenei esteri che dispongono di risorse adeguate per gestirli e valorizzarli. Ciò rappresenta un reale impoverimento per la società locale. E’ arrivato il momento di domandarsi quale istituzione potrà garantire la tutela e fruizione di materiali preziosi per lo studio dell’italianità in Argentina. Occorre quindi mettersi al lavoro per creare tale spazio e farne un luogo di cultura per chi studia le tradizione e le origini culturali degli italiani d’America Latina.

RENATA ADRIANA BRUSCHI

Sui Comites, Giro nemo propheta

Il rinvio deciso su proposta del nuovo ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ha sentito le ragioni dei senatori del Comitato delle Questioni per gli italiani all’Estero, che avevano chiesto un rinvio. Giro aveva stigmatizzato il rinvio: rischierebbe di disorientare i connazionali, facendo perdere credibilità al momento elettorale, aveva detto. di MARCO BASTI

gentiloni

La decisione di rinviare le elezioni per il rinnovo dei Comites fino al 17 aprile dell’anno venturo presa ieri dal Consiglio dei Ministri, su iniziativa del nuovo titolare della Farnesina Paolo Gentiloni, lascia sbalorditi e provoca una serie di interrogativi che, almeno per adesso, sembrano senza risposta. A spiegare la decisione, dare più tempo per iscriversi alle liste elettorali, termine passato dal prossimo 19 novembre al 18 marzo 2015.
Vediamo come sembra che siano andate le cose.
Fino alla settimana scorsa, il governo, tramite Mario Giro, sottosegretario agli Affari Esteri incaricato dei rapporti con gli italiani all’estero, sosteneva la necessità di fare le elezioni: “Sì, i tempi sono stretti, ma le elezioni dei Comites si svolgeranno a dicembre, anche perché c’è una legge che lo impone.” Questo, in sintesi, quanto ribadiva il Sottosegretario rispondendo due settimane fa in Commissione Affari Esteri, all’interrogazione bipartisan, sottoscritta dai senatori eletti all’estero nei due schieramenti e dai colleghi membri del Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero, chiedendo il rinvio delle elezioni all’anno prossimo.
“Il Governo – aveva esordito Giro – è pienamente consapevole dell’importanza che rivestono per le collettività italiane all’estero le elezioni per il rinnovo dei Comites, che dopo svariati anni di rinvii, giustamente stigmatizzati da più parti, sono state indette per il prossimo 19 dicembre”.
Negli ultimi giorni però c’è stato un importante cambiamento. Federica Mogherini è entrata a far parte dell’esecutivo della Unione europea, nientemeno che come Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, lasciando vuota la sedia di titolare della Farnesina. Nuovo ministro degli Affari Esteri e il Commercio Estero è Paolo Gentiloni, il quale alla sua prima nel Consiglio dei Ministri, dopo aver incassato le congratulazioni e gli auguri dei colleghi, ha proposto e ottenuto di spostare le elezioni dei Comites all’anno prossimo. Un rinvio che, nel felpato linguaggio dei comunicati stampa, ieri veniva presentato così: “La decisione – che mette fine alle tante polemiche dovute ai tempi ristretti per la presentazione delle liste e per l’iscrizione nell’elenco degli elettori – è arrivata grazie alla sensibilità del ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, che si è fatto interprete delle preoccupazioni espresse dal Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato”.
In altre parole, il nuovo ministro, come primo atto nei suoi rapporti con gli italiani all’estero, portava alla decisione di rinviare le elezioni, su insistenza dei senatori del CQIE.
Evidentemente il nuovo ministro ha una maggiore sensibilità rispetto al suo predecessore e al Sottosegretario che si occupa di questioni di italiani all’estero. O i senatori del CQIE hanno un maggiore potere di convincimento nei suoi riguardi di quanto avevano con Giro.
E per loro e per il ministro, e per il governo Renzi, non conta una ulteriore figuraccia nei confronti degli italiani all’estero.
Perché, anche ammettendo che la decisione di fare le elezioni comunque, con il nuovo sistema, era destinata al fallimento (Giro ieri ha detto che si sono iscritti 60mila cittadini, che rappresentano il 2 per cento del corpo elettorale) nessuno è in grado di assicurare che entro il 18 marzo, nuovo termine fissato per iscriversi negli elenchi consolari, ci sarà una valanga di iscrizioni, se non si farà una campagna informativa adeguata (cioè con risorse sufficienti che, dicono, non ci sono) per favorire le iscrizioni.
Ma intanto ci sarà una lunghissima campagna elettorale, perché le liste sono già state iscritte, col rischio di logorare i futuri consiglieri anche prima che vengano eletti. Consiglieri che si vorrebbe, nuovi o comunque riconfermati dal voto popolare, al posto di altri che, a causa dei rinvii per cinque anni decisi a Roma, hanno perso legittimità.
E anche se il Sottosegretario Giro ha detto che il rinvio è stato stabilito unicamente per consentire l’inscrizione di votanti e non di nuove liste, non mancano voci all’interno dei due schieramenti di centrosinistra e di centrodestra, che reclamano la riapertura anche dei termini per iscrivere nuove liste. Infatti, nel darne l’annuncio del rinvio su proposta del ministro Gentiloni, si parlava di “decisione – che mette fine alle tante polemiche dovute ai tempi ristretti per la presentazione delle liste e per l’iscrizione nell’elenco degli elettori”. Una svista, un lapsus o la conferma della volontà di riaprire il termine anche per iscrivere altre liste?
Se ciò avvenisse, sarebbe scandaloso, perché comporterebbe una evidente violazione delle regole del gioco a partita iniziata. Purtroppo non è da escluderlo. Perché il flop dei partiti romani, specialmente in Europa dove regnano quasi incontrastati, è troppo evidente, per cui non è da escludere che si voglia correre ai ripari.
Da noi il Pd non è riuscito a iscrivere nemmeno una lista nelle nove circoscrizioni, perché non aveva le cento o duecento firme necessarie. Ma anche una sigla storica come il Ctim legata alla destra storica di Mirko Tremaglia, decise di non presentarsi alle elezioni, denunciando i cambiamenti nel regolamento, col quale rischiava di fare una figuraccia per mancanza di firme nei tempi previsti.
Peggio ancora partiti come Forza Italia, Nuovo centro destra, Movimento 5 Stelle, Sel, e così via, inesistenti da noi. Partiti questi ultimi, che hanno in comune la loro avversione agli italiani all’estero e che per questo non si curano se fanno o meno un’altra figuraccia nei nostri confronti. Per questo motivo per loro non contano le regole violate, lo sforzo fatto da quanti si sono impegnati per adempiere alla legge e ai regolamenti per poter iscriversi e partecipare. Migliaia di persone che si sono mobilitate, che hanno speso tempo e risorse per iscrivere una ventina di liste nelle nove circoscrizioni consolari solo per citare le comunità dei residenti in Argentina.
La decisione di rinviare le elezioni, presa dal governo su proposta del ministro Paolo Gentiloni, mette in evidenza crepe e diverbi all’interno degli stessi partiti della maggioranza e dell’opposizione, perché, solo per fare un esempio, i deputati del Pd eletti all’estero, fino alla settimana scorsa denunciavano il comportamento irresponsabile dei loro colleghi del Senato eletti all’estero che chiedevano il rinvio. Colleghi ai quali ha dato ascolto il nuovo capo della Farnesina.
Il sottosegretario Mario Giro diceva profeticamente a conclusione del suo intervento in risposta all’interrogazione di cui parlavamo all’inizio: “Credo che in questo momento sia opportuno continuare a fare ogni sforzo affinché le elezioni per il rinnovo dei Comites si tengano nei tempi previsti, in maniera corretta e con un’adeguata informazione. L’approvazione di una nuova norma, che modifichi la tempistica prevista”, come richiesto nell’interrogazione, “rischierebbe di disorientare i connazionali, facendo perdere credibilità al momento elettorale”.
Crediamo che sia giustificata l’allarme lanciata dal Sottosegretario Giro, nemo propheta, non in patria, ma nel governo.

Marco Basti